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Inutile tentare di nascondere chi si cela dietro il nome Sick Tamburo perchè ormai se n'è parlato su tutto il web. Inutile dire anche che ultimamente c'è una paura delle novità, dei cambi di abito di gruppi come Arctic Monkeys e dei vecchi Prozac+. Gian Maria (Mr.Man) ed Elisabetta (Boom Girl) avevano voglia di aggiornare il vecchio progetto e di portarlo alla versione 2.0. Ed è quello che è accaduto in questo album con l'aiuto di Doctor Eye e String Face: Sick Tamburo, arrivato ad aprile, è una rivisitazione elettropunk del vecchio sound dei prozac. Riff a metà tra l'industrial dei Rammstein (volendo esagerare un pò, lo ammetto) e l'elettronica schizzata dei Mindless Self Indulgence (senza Jimmy alla voce) ci fanno camminare attraverso le dieci tracce del cd (se escludiamo l'intro e l'outro). Dieci tracce fatte di ripetitivi (ripetitività voluta, chiariamo) riff di chitarra e batteria, e dei testi che parlano d'amore tossico, di società malata e di persone dipendenti. Sotto questo aspetto, niente di nuovo rispetto al vecchio progetto, ma l'evidente rimodernazione della musica è da apprezzare. Si sente, comunque, in sottofondo il retrogusto di prozac+ ("tocca 24-7") ma ancora di più, ciò che stupisce è che la voce in molti punti ricorda quella di Mara Redeghieri dei primi Ustmamò ("intossicata", "dimentica") e che, spingendosi ancora di più nei meandri dell'underground italiano, "sogno" ricorda una versione distorta dei Plastico. Per non parlare poi di "parlami per sempre" che nel ritornello sembra portare in scena il Caparezza di "vengo dalla luna". Insomma, un progetto - come già detto - da apprezzare prima di tutto per la forza dimostrata nell'iniziare di nuovo da zero, ma anche perchè, come una meteora, è capace di attraversare velocemente più di una buona decina d'anni di musica alternativa italiana.
Ho sentito molta gente parlare di questo album e scagliarsi contro le scelte della produzione Homme. Ma la cosa può essere vista anche sotto un'altra ottica: questo tipo di produzione può aver portato a maturare il sound delle scimmie. Il suono degli Arctic Monkeys - infatti - non è più quel garage divertente dei primi due album, ma qualcosa di più. Di meglio costruito, e da prendere più sul serio. Lo volevano gli Arctic, e in Homme hanno trovato l'uomo adatto per realizzare questa scelta. Lo volevano gli Arctic, e si capiva (per esempio) dallo pseudoassolo di "perhaps vampires Is a bit strong but..." o da qualcosa che c'era nell'album successivo. Certo, non è da sottovalutare il totale cambio di direzione: l'album - "humbug" - non diverte, non ha riff o frasi che ti entrano semplicemente nel cervello. Quello che la band fa, risulta inasprito e reso più spigoloso da un bel pò di effetti, e difficilmente si può identificare questi Arctic, con quelli di qualche tempo fa (anche se qualcosa si sente vagamente nell'aria: "dangerous animals" ha lo swing di "fake tales of san francisco"). E' maggiore la presenza di chitarre dilatate nella buona tradizione desert-rock (come in "secret door") e vi sono anche degli sprazzi di tastiera (suonate da John Ashton degli Psychedelic Furs, come nell'inizio di "pretty visitors"), che mai avevamo ascoltato nei precedenti lavori del gruppo. Risultano quindi in questo album, meno creativi ma più liberi. Liberi di seguire i propri istinti, per quanto "strani" questi possano suonare. Insomma, che piaccia o no questa nuova veste, la scelta è stata fatta: in fondo dovevano pur crescere, prima o poi.
Con un nome che è già tutto un progetto, gli Atari, duo (player 1 e player 2) di Napoli, ci fanno scuotere il corpo per più di cinquanta minuti. E lo fanno con il loro "sexy games for happy families", un miscuglio ben riuscito di melodie a 8 bit, linee di basso da disco-punk e un modo di cantare, tutto britannico.
Se nessuno si muove, nessuno si farà male. Così i Paper Chase aprono la loro ultima fatica: Someday this could all be yours, pt.1. Ma la cosa riesce difficile. E' impossibile non muoversi. Difficile non farsi travolgere e sconvolgere, piacevolmente, dalla visionaria prospettiva che il gruppo ha del rock orchestrale. Per tutto l'album si sente il retrogusto di un Patrick Wolf disturbato e stravolto. Come se una puntina stesse graffiando un album del sopracitato artista. Le tastiere fanno un bel lavoro dappertutto, difficilmente si trova un intervento poco azzeccato: basta vedere il riff d'apertura di "i'm going to heaven with or without you" che sembra ricordare qualcosa dei Dresden Dolls, se solo questo non diventasse immediatamente qualcosa di totalmente diverso. E l'abilità del gruppo sta anche nel cambiare, non solo nello stesso brano, ma anche di canzone in canzone. "The common cold" è una sorta di noise rock circense che pochi gruppi riuscirebbero a gestire così bene. Sembra quasi di sentire i Primus in sottofondo (quelli di "mr.krinkle", per intenderci e con le tastiere al posto del basso). Sanno sperimentare, e lo fanno bene non disprezzando mai l'inserimento di un ritornello intelligentemente pop. "The laying of hands" può essere considerato in pieno un brano in stile "teach me sweetheart" dei Fiery Furnaces, che degenera sui passi dei pezzi precedenti. L'elettronica impazzita dei synth (e di linee telefoniche che si interrompono: come in "your money or your life") ci riporta alla mente il punk-cabaret degli ultimi tempi (tipo Panic! At the disco privati del loro aspetto più pop), quello che finisce molto spesso per essere definito emo. E, oltre all'elettronica, nel finale dell'album anche il piano diventa scolasticamente rumoroso, libero di arricchire ogni singolo secondo (in "what should we do", "this is a rape" e "we have ways" soprattutto). Le citazioni/influenze, con "this is only a test", sconfinano anche nell'ambito delle colonne sonore: sembra di sentire "Come with me" il rifacimento di "Kashmir" che venne usato nella colonna sonora del film Godzilla (con tanto di sirene ed archi). Dopo quaranta e rotti minuti di noise fatto bene "we have ways", negli ultimi secondi, chiude l'album proprio come il più rumoroso esperimento dei primi Liars. Insomma, se questo è quello che un domani potrebbe essere nostro, noi non possiamo fare altro che sentirci onorati di questa eredità.