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Cosa succede quando in una tazza da thè mischi il post-rock delle parti fredde del mondo, un bel pò di elettronica e le melodie dei Cure più malinconici? Succede che ti viene fuori un album come "punk music during the sleep" degli Edwood. Perchè le caratteristiche della musica che ascolterete in questo lavoro sono esattamente quelle illustrate qui sopra. "tender" è il primo - quello autentico - gioiellino dell'album. Arpeggi in pieno stile post-rock, suoni di derivazione idm e un cantato degno di tanti gruppi d'oltreoceano. Si vira verso una melodia indie-pop in "riot afternoon": altra miscela dei suddetti caratteri, che, benchè siano stati strausati in passato, non risultano affatto logori e ripetitivi. Non ti salta in mente di chiederti "ma c'è qualcosa di nuovo in questo album?", perchè qualcosa di nuovo (o meglio, di creativo) c'è di sicuro: gli arrangiamenti. Sognanti, forti, e allo stesso tempo delicati. Come dovrebbe essere la migliore musica punk, ascoltata in sogno. Tra campionamenti ed elettroniche minimali ti passa per la testa un bel lavoro: scusate se mi ripeto, ma è così. Malgrado il fatto che in tutti i quaranta-e-passa minuti non ci sia una distorsione, le micro-creazioni, che possiamo (diciamo "per pigrizia") ridurci a chiamare canzoni, risultano dotate di una grande spinta. Spinta che ti trascina ad assimilare ogni secondo di ogni canzone. Succede per "the tube", una buona miscela di punk indietronico. Nella buona tradizione del post-rock di gruppi come Maybeshewill o Microfilm (usciti allo scoperto poco prima di questo album) c'è la vecchia abitudine di campionare voci prese da chissàdove (come in "spiderland" o nella sopracitata "riot afternoon"). Ad animare "people", invece, ci sono gli stessi ingredienti della prima traccia. Ingredienti che si possono riconoscere con lo scorrere dei secondi, ma sempre senza scadere nel ripetitivo e banale. Si sente il sapore dei pomeriggi chiusi in camera, tra chitarre e tastiere. Pomeriggi passati ad ascoltare Death Cab For Cutie e Psapp, cogliendo le cose migliori e personalizzandole: in maniera assolutamente perfetta, secondo noi. "punk music during the sleep" risulta quindi essere - come vorrebbe il titolo - un disco punk fatto per non disturbare la gente che dorme: forte ma senza grandi distorsioni.
Gatto Ciliegia contro il grande freddo oltre ad avere il nome che sembra uscito da una favola dei Grimm, ha - a parer mio - tutto il diritto di reclamare il titolo di miglior gruppo post-rock italiano. Se poi si prende in esame un album come disconoir, che è una mescolanza di atmosfere sia post-rock che noir, di spy-stories e di musiche da ascensore americano, il titolo di miglior gruppo può sconfinare anche in altri generi. Il nome del gruppo è più che significativo: contro il grande freddo. Il grande freddo dei gruppi tipici del post-rock, fossilizzati ancora su arpeggi di chitarre pulite per minuti e minuti. L'intro "quando eravamo re" segue questo stile, ma è - appunto - un intro. Già da "niente baci alla francese", seconda traccia, senti il retrogusto cinematografico, da colonna sonora di un poliziesco qualsiasi. L'atmosfera è facilmente creata e, allo stesso tempo, stravolta. "doctor killdare" è ancora da film, ma uno di quei thriller che ti lasciano senza fiato, così com'è pronta a fare la musica con chitarre semi-distorte e la poesia strumentale che senti salire, sempre più tesa. "stella che non dimentica" - la prima stella dell'album - segna l'ingresso del primo ospite nell'album. Moltheni collabora e dona la voce al primo pezzo non strumentale dell'album: un brano più lento rispetto ai precedenti, con suoni diluiti che ben si distendono sotto la voce. Il pezzo però non si trattiene ed esplode a metà, dopo due minuti infatti il ritmo cresce sempre più, e Moltheni dimostra di saper adattarsi anche alle melodie un pò più movimentate. Altri due passaggi cinematografici: "noir n.5" e "song songun". Due tracce che guidano in maniera strumentale alla seconda stella. "stella che non ricorda niente" è il secondo duetto dell'album, quello con i Velvet. Qui si parte veloci, per creare l'atmosfera giusta, che bene si adatta al testo, tipicamente velvet, ma che il gruppo sa trasformare in qualcosa di più interessante. Da qui in poi, con "confessioni di un cuoco criminale" (ottimo titolo per un thriller), "alla fine dei conti", "tempo dopo" (traccia che vede le sperimentazioni di Nuccini) e "come una milonga", si passa per molteplici atmosfere disegnate usando gli strumenti in tutti i modi che il gruppo conosce: con lunghi arpeggi, con distorsioni ed esplosioni di batteria. L'outro (la già citata "come una milonga") è forse l'unico brano nel puro stile post-rock, che si presenta come una sorta di finale allungato, una pillola amara - come può essere la fine di un disco piacevole - che va ingoiata lentamente.
Primo album di questa ensemble canadese, a metà tra post-rock e avanguardia rumoristica (molto più di un semplice noise). Cinque - apparenti - tracce che in realtà sono di più. Si apre con "ferrari en feu" una moderna "scooter + jinx" dei Sonic Youth che dopo più di tre minuti diventa un brano dal sapore puramente orecchiabile (leggi "avant-pop"). Obiettivo di questo piccolo - ma ricco - album è stimolare l'ascoltatore e abituarlo al noise. Il suono che si può identificare in questo lavoro è fatto di pura sperimentazione, e su questa va avanti, anche per 7, 8 minuti (come in "tu n'avais qu'une oreille") oppure come nei dodici minuti di "ce n'est pas le jardins du luxembourg", che invece si tengono meno sul rumore e più sul minimalismo sonoro, crescendo pacatamente tra uccelli e gabbiani mentre una cassa, col suo suono martellante, ci tiene per mano e ci accompagna verso la conclusione dell'album.
Il rumoroso esordio del duo canadese, sembra inizialmente calmo, ma poi si sviluppa in puro stile post-rock: man mano che la miccia si consuma, fa il suo graduale ingresso l'esplosione. Duo, à la White stripes o Hella, ma che con questi non ha nulla da spartire, dalla formazione inusuale: batteria e viola, strumento che qui scopriamo particolarmente adatto alle sperimentazioni noise. Momenti da ricordare sono in tutto l'album, anche se in alcuni pezzi (come "winternational") questi sono messi più in evidenza. All'ascolto salta subito all'orecchio la grande creatività del batterista che - distruggendo/stravolgendo il normale set di percussioni - scopre e mostra nuovi orizzonti sonori, basati sul mettere in risalto strumenti non comuni (come in "propane tank" - brano incentrato totalmente su una serie di suoni metallici). Fanno passare il tempo ispirandosi a gruppi come New order (come in "new blue monday") e Can (le batterie ricordano molto, correggetemi se sbaglio). L'album è una buona prova, buona per dimostrare che qualcosa di buono si può ancora fare e - soprattutto - che non tutto è stato già fatto.
maybeshewill - not for want of trying (2008)
ponytail - kamehameha (2006)