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In due, da Genova, le she said what?! ci portano un pò di sano noise'n'roll. Due donne (che nella musica sono sempre troppo poche) che cantano, urlano e declamano sopra un basso-lavatrice e una batteria che sa il fatto suo. Fantasiose rumoriste e stonate filastrocchiste andate in acido, capaci di colpirvi per l'onestà dei loro giri semplici e diretti: impossibile da spiegare, meglio ascoltare.
Se nessuno si muove, nessuno si farà male. Così i Paper Chase aprono la loro ultima fatica: Someday this could all be yours, pt.1. Ma la cosa riesce difficile. E' impossibile non muoversi. Difficile non farsi travolgere e sconvolgere, piacevolmente, dalla visionaria prospettiva che il gruppo ha del rock orchestrale. Per tutto l'album si sente il retrogusto di un Patrick Wolf disturbato e stravolto. Come se una puntina stesse graffiando un album del sopracitato artista. Le tastiere fanno un bel lavoro dappertutto, difficilmente si trova un intervento poco azzeccato: basta vedere il riff d'apertura di "i'm going to heaven with or without you" che sembra ricordare qualcosa dei Dresden Dolls, se solo questo non diventasse immediatamente qualcosa di totalmente diverso. E l'abilità del gruppo sta anche nel cambiare, non solo nello stesso brano, ma anche di canzone in canzone. "The common cold" è una sorta di noise rock circense che pochi gruppi riuscirebbero a gestire così bene. Sembra quasi di sentire i Primus in sottofondo (quelli di "mr.krinkle", per intenderci e con le tastiere al posto del basso). Sanno sperimentare, e lo fanno bene non disprezzando mai l'inserimento di un ritornello intelligentemente pop. "The laying of hands" può essere considerato in pieno un brano in stile "teach me sweetheart" dei Fiery Furnaces, che degenera sui passi dei pezzi precedenti. L'elettronica impazzita dei synth (e di linee telefoniche che si interrompono: come in "your money or your life") ci riporta alla mente il punk-cabaret degli ultimi tempi (tipo Panic! At the disco privati del loro aspetto più pop), quello che finisce molto spesso per essere definito emo. E, oltre all'elettronica, nel finale dell'album anche il piano diventa scolasticamente rumoroso, libero di arricchire ogni singolo secondo (in "what should we do", "this is a rape" e "we have ways" soprattutto). Le citazioni/influenze, con "this is only a test", sconfinano anche nell'ambito delle colonne sonore: sembra di sentire "Come with me" il rifacimento di "Kashmir" che venne usato nella colonna sonora del film Godzilla (con tanto di sirene ed archi). Dopo quaranta e rotti minuti di noise fatto bene "we have ways", negli ultimi secondi, chiude l'album proprio come il più rumoroso esperimento dei primi Liars. Insomma, se questo è quello che un domani potrebbe essere nostro, noi non possiamo fare altro che sentirci onorati di questa eredità.
Ho deciso di praticare oggi dell'audiomasochismo. Di torturare (in senso buono) le mie orecchie e il mio cervello. Così ho messo sù Astrological Straits di Zach Hill, batterista degli Hella e collaboratore di musicisti del Maryland e non (come Marnie Stern, Mick Barr ecc).
01 finish