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Enima - demo (2009)
Quattro brani che dividono il lavoro in due parti: le prime due tracce ("l'eremita" e "il bivio") sembrano composte in chiave pop, con qualche piccola variazione che richiama al prog degli anni d'oro (un certo richiamo ai Marillion e lo stacco pseudo-Jethro Tull), dove la voce a stento sembra riuscire a legare a pieno con la musica. Sembra più il contrario, un testo sotto cui è stato adattato un tappeto musicale che a volte ci sta, altre proprio no. La seconda parte, nettamente più interessante, si apre con "la guida" che butta un occhio alle cose più commerciali dei Pink Floyd, senza disprezzare qualcosa di più moderno col retrogusto da rock d'ambiente. Brano che a metà scivola in uno strumentale stracolmo d'elettronica gestita davvero bene. Ed è questo il lato interessante degli Enima: cattivo, potente, distorto. "enima", pezzo finale, resta strumentale, e strizza, più di prima, l'occhio al post-rock riuscendo a far camminare insieme tutti gli strumenti che il gruppo ha a disposizione, in modo molto interessante. Quello che manca al gruppo - a parere nostro - è una maggiore versatilità della cantante, che si spinge poco oltre i confini del rock classico. Ma siamo sicuri che col tempo (che molte, tante volte aiuta) anche questo aspetto troverà il modo giusto di valorizzare a pieno un progetto che si dimostra dotato di buone qualità e una non banale creatività.
||| MYSPACE |||
Male di grace - demo (2007)
Prima di tutto un occhio buttatto allo stoner e alla psichedelia, una voce (o meglio ancora, due) che ricordano gruppi importanti della scena indie italiana come Marlene Kuntz, ma non solo (qualcosa ricorda pure i Deasonika), un'attitudine che ti spiazza e che ti colpisce lasciandoti piacevolmente scosso. Tre brani su quattro funzionano più che bene: la strumentale "Il paracadutista equino" mischia il desert rock con un comportamento pronto a spaccare tutto appena l'ascoltatore si distrae. "Dolce miele" è un brano che ci mette un pò a partire, ma che quando lo fa - quando entrano le voci, capovolgendo totalmente il ritmo del brano - lo fa sul serio (vedi per esempio quando le due voci ti urlano "non ci resta che vedere se funziona" - e direi che si, funziona). La chiusura ("ninna nanna per grisù"), invece, porta all'orecchio sonorità più diluite e strumentali rispetto alle precedenti a metà tra psichedelia e - soprattutto - un post-rock non pulito. C'è molto di già sentito, ma rinnovato in un modo particolare. Che è sicuramente un punto a favore.
||| MYSPACE |||
Inutile tentare di nascondere chi si cela dietro il nome Sick Tamburo perchè ormai se n'è parlato su tutto il web. Inutile dire anche che ultimamente c'è una paura delle novità, dei cambi di abito di gruppi come Arctic Monkeys e dei vecchi Prozac+. Gian Maria (Mr.Man) ed Elisabetta (Boom Girl) avevano voglia di aggiornare il vecchio progetto e di portarlo alla versione 2.0. Ed è quello che è accaduto in questo album con l'aiuto di Doctor Eye e String Face: Sick Tamburo, arrivato ad aprile, è una rivisitazione elettropunk del vecchio sound dei prozac. Riff a metà tra l'industrial dei Rammstein (volendo esagerare un pò, lo ammetto) e l'elettronica schizzata dei Mindless Self Indulgence (senza Jimmy alla voce) ci fanno camminare attraverso le dieci tracce del cd (se escludiamo l'intro e l'outro). Dieci tracce fatte di ripetitivi (ripetitività voluta, chiariamo) riff di chitarra e batteria, e dei testi che parlano d'amore tossico, di società malata e di persone dipendenti. Sotto questo aspetto, niente di nuovo rispetto al vecchio progetto, ma l'evidente rimodernazione della musica è da apprezzare. Si sente, comunque, in sottofondo il retrogusto di prozac+ ("tocca 24-7") ma ancora di più, ciò che stupisce è che la voce in molti punti ricorda quella di Mara Redeghieri dei primi Ustmamò ("intossicata", "dimentica") e che, spingendosi ancora di più nei meandri dell'underground italiano, "sogno" ricorda una versione distorta dei Plastico. Per non parlare poi di "parlami per sempre" che nel ritornello sembra portare in scena il Caparezza di "vengo dalla luna". Insomma, un progetto - come già detto - da apprezzare prima di tutto per la forza dimostrata nell'iniziare di nuovo da zero, ma anche perchè, come una meteora, è capace di attraversare velocemente più di una buona decina d'anni di musica alternativa italiana.
In due, da Genova, le she said what?! ci portano un pò di sano noise'n'roll. Due donne (che nella musica sono sempre troppo poche) che cantano, urlano e declamano sopra un basso-lavatrice e una batteria che sa il fatto suo. Fantasiose rumoriste e stonate filastrocchiste andate in acido, capaci di colpirvi per l'onestà dei loro giri semplici e diretti: impossibile da spiegare, meglio ascoltare.
Con un nome che è già tutto un progetto, gli Atari, duo (player 1 e player 2) di Napoli, ci fanno scuotere il corpo per più di cinquanta minuti. E lo fanno con il loro "sexy games for happy families", un miscuglio ben riuscito di melodie a 8 bit, linee di basso da disco-punk e un modo di cantare, tutto britannico.
C'è da dire che non ho mai apprezzato il punk. Ma qui c'è qualcosa che va oltre il punk: infatti il genere che caratterizza gli Altro è il post-punk. Qualcosa che va oltre il normale punk. La chitarra c'è, ma non è distorta come si potrebbe facilmente pensare. Il basso porta linee semplici e martellanti, che riportano all'orecchio atmosfere à la darkwave. Ciò che vi trovate davanti, ascoltando l'album, è una incalcolabile sequenza di furiose schitarrate su una linea di basso, come detto prima, semplice e lineare. A volte le ritmiche di chitarra sembrano disallineare il pezzo, rendendolo spigoloso, ed è così che accade nella traccia d'apertura "ripasso" oppure in "rumba", in cui la linea di basso ricorda un certo post-punk in cui spiccano nomi come Joy Division o Bauhaus, anche se le atmosfere sono diverse. I brani di Prodotto difficilmente arrivano a tre minuti e sono cantati in italiano (con una voce che - malgrado sia stonata - stona ben poco con il genere proposto), anche se difficilmente comprensibili. Ascoltando l'album, il gruppo può risultare monotono e ripetitivo, ma all'improvviso arriva un giro di basso che ti risolve tutto (così succede in "canzone del gabbiano"). Oppure può capitare che - stranamente - quando una canzone sta per esplodere, all'improvviso finisce ("ancora", unico brano in cui il testo risulta un pò più comprensibile). L'album dura qualcosa più di diciotto minuti, in cui sentirete il gruppo marchigiano stravolgere totalmente i canoni del punk per portarli ben oltre il post-punk.