
Questa non è una recensione, ma più un tentativo per cercare di capire come seguire una band che fa di tutto per non farsi seguire. Parlo degli
Atrox, e l'album preso in esame è
Orgasm. I suoi otto brani donano le botte di adrenalina che potrebbe avere un bipolare.
Methods of survival. Viene subito in chiaro cos'è la voce di Monika e quanta voglia hanno di non tenersi per niente sani con le ritmiche. Le parti più pacifiche donano solo una calma apparente. Ogni volta che riprendono toccano sempre una corda più malsana e schizofrenica, e questo è caratteristico degli Atrox. Quando si calmano puoi pure temere. Perché ti partono poi con cose che al primo ascolto [e poi per molti ascolti] non capisci in base a quale logica si istituiscono. Oltre agli stacchetti all'insegna di un'insinuante stravaganza, ai cambi di tempo, ai cambi del pattern di batteria, ai gorgheggi di Monika che davvero si installano senza nessuna velleità virtuosistica ma come se davvero da un certo punto in poi o di punto in bianco si rompono di proseguire la costruzione che portano avanti, e sbarellano. Ti massaggiano anche con le parti semplici, gli Atrox. Puoi seguirli. Ti sembra di poterli seguire. E tutto a un tratto si installano sullo sfondo demenze di fortissima presenza, tanto ben inserite che saresti curioso di vederle su una partitura.
Flesh city è una delle mie preferite. E il perché si comprende dalla metà del brano in poi. Inserti jazz, o di tastiere psichedeliche, e tutto su linee ritmiche di chitarra che sono da ammirare già per il fatto che riescono a tenersele in memoria. Monika eroina assoluta di ciò che può fare una voce addestrata a fare male. Dai tre minuti in poi il pezzo cambia. Sotto una trama straniante di un synth dai suoni dilatati e la solita onnipresentissima struttura ritmica della chitarra partono i vocalizzi di Monika e il testo viene proseguito dalla voce chiara e adatta di Peter, il bassista, che chiude in scream. Il tappeto variabile del synth accompagna il brano alla sua fine passando sullo sfondo, e tutto rimane così, inesploso.
Heartquake inizia con un incedere mezzo jazz, costantemente variato eppure riconoscibile nelle sue linee fondamentali. Gli Atrox sono uno dei pochi gruppi che riescono a darti brividi nei loro anticlimax, quando i brani rallentano o raccolgono energie per una parte più importante. La tensione è sempre altissima. Nel caso di Earthquake il climax manca del tutto, e ogni rallentamento non permette nessuno sfogo. Poche parti a dire il vero sfogano del tutto: data l'estrema varietà dei loro approcci, si “limitano” a creare soltanto delle zone più caratterizzate, mutandole con innumerevoli piccoli passaggi o richiamandole poi nel resto del brano.
Burning bridges viene iniziata da un altro pattern di synth dal suono impreciso, di nuovo. Tanto più preciso e geometrico è il movimento delle chitarre, tanto più questo viene messo in contrasto dall'emergere delle ombre dilatate dei synth. Anche questo è un pezzo senza stacchi violenti o introspettivi, più che altro si mantiene in una sua atmosfera. Per poi cambiare del tutto a tre minuti passati calando di colpo in un'atmosfera da circo stralunato dove è di nuovo la voce maschile a portare avanti il compito di quello che porta avanti le liriche, dato che a Monika passa totalmente la voglia di proseguire per piazzarsi a fare i suoi numeri da voce lucertolina. Per poi far finire tutto di nuovo, di scatto, restare per qualche secondo in una tensione tratteggiata dalla tastiera e farsi accompagnare verso la fine da un poco più incattivito ultimo verso finale, ripreso in chiusura da una parte familiare, già attraversata, riconoscibile.
This vigil parte in maniera lenta. Struttura del brano ariosa, perfino la chitarra rinuncia alle sue ritmiche per seguire un suo riff dilatatissimo. Poi cambia. E viene presentata una piccola parte delineata da una ritmica dura. Da questa poi si ritorna nell'onirico. La seconda volta però non si ritorna più. E tutto prosegue in una apertura oscura, modellata da una chitarra senza più il freno della ritmica, rilasciata, sotto suoni di synth di blu da notte astrale e giallo scampanellante. Il tutto si chiude in un momento segnato dalla spossatezza dopocrisi.
Tentacles inizia complicatissima, in tutta una ragnatela particolare del suo pattern, per esplodere e far entrare un synth phaserato e tutto resta relativamente lineare [negli Atrox le variazioni sono minime e sempre onnipresenti], per salire poi di nuovo d'intensità e riprendere una delle parti precedenti ad un più alto grado di tensione. Tutto questo viene arrestato a tre minuti. dove restano solo cocci minimali del brano, ripresi dalla voce di Monika e da poche note straziate e mantenute dalla chitarra. Tutto continua a salire, sempre più presente. Esplode tra poco? Sì, forse esplode tra poco. Vedi che esplode. Si trattengono troppo. La voce di Monika si abbassa e sussurra, e frustra così tanto sentire che chiudono con qualcosa di già definito prima. Ma la cosa è voluta. Così uno impara ad abituarsi ad attendere solo la fine di un brano.
Secondhand traumas è la mia preferita. Oltre ad avere uno dei titoli più belli che mai ricordi è un brano da brividi. La chitarra prima disegna una certa ritmica, poi fila via liscia, il tutto accompagnata da un riff che si mantiene sempre sullo sfondo, dal vago sapore rock/pop. E quando alla voce di Monika si aggiunge quella di Peter la parte in questione è tranquillamente rock/pop. Tutto seguito da un incedere che non cala e rallenta mai, e tiene sempre alta l'attenzione, già dall'inciso che segue il primo ritornello, ripreso dalla struttura introduttiva con vaghi affiori di synth. Dopo l'inciso tutto prosegue in maniera trascinante, senza stancare, senza neanche ricorrere a trucchetti per mantenere l'attenzione, ma solo mantenendo il suo ritmo e la sua costruzione semplice, che cattura. L'innalzamento finale viene preparato da una parte intimista che non cala l'attenzione ma la addomestica per prepararla alla chiusa.
Fact sense è l'ultimo brano. Introdotto da un fade in già ben definito che già dona i tratti della struttura ritmica e melodica [il termine è inappropriato: negli Atrox mancano note canticchiabili; o impazzisci come loro, o te li tieni che ti frustrano]. Come al solito il synth si introduce per far entrare quella stranissima eco che in Orgasm sta come una suggestione sempre impalpabile. Il brano cambia radicalmente a circa un quarto, e in questo gli Atrox sono bravissimi: non ti nascondono nulla. Ti mostrano come si passa da una certa ritmica all'altra. e ciò non toglie che a volte comunque cambiano radicalmente. A metà, per dire, si finisce di nuovo in un'atmosfera angosciata e straniante. Queste atmosfere le riconosci perché il synth è in primo piano. Qualche attimo, e si disegna una nuova costruzione del brano, un grado più alto di qualcosa accennato prima. Questo innalzamento è peculiare anche negli altri. Arrivati al terzo quarto tutto viene continuamente stoppato. Vengono presentati continuamente silenzi, e tutto si chiude nella ripresa. La struttura dei loro brani non è una linea che tende verso l'alto, dove alla fine tutto viene rilasciato. È tentacolare, labirintica, la ritrovi ascoltando e riascoltando i vari pezzi. Non si può nemmeno parlare di tensione presente o sfumata, tutto è sempre riconoscibile. Ma ti ritorna strano.
[articolo scritto da
enoncapisco]